Sabir, il linguaggio dell’accoglienza

Crotone è una delle città calabresi nelle quali arriva il maggior numero di sbarchi di migranti. Sui cosiddetti “barconi” si trovano molto spesso minorenni non accompagnati, partiti da soli, senza genitori, per cercare un futuro migliore rispetto alle condizioni in cui vivevano nei loro Paesi di provenienza.

Il Centro Sabir: un modello educativo e interculturale

Al momento Sabir, un Centro di Accoglienza Straordinaria, ospita sedici ragazzi provenienti da Tunisia, Egitto, Guinea, Costa d’Avorio e Pakistan. Questo ambiente interculturale rappresenta pienamente il significato del nome dell’associazione, che indica una lingua che in passato accomunava molti Paesi del Mediterraneo.

Come ci ha spiegato la portavoce dell’organizzazione, Francesca Caiazzo, Sabir rappresenta un luogo di incontro tra esseri umani, senza distinzione di provenienza, età, credo o orientamento sessuale. In particolare, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare uno dei ragazzi del centro, nostro coetaneo, e di ascoltare la sua esperienza personale.

Lamine: il volto di un viaggio tra speranza e dolore

Lamine (nome di fantasia) è arrivato in Italia il 25 aprile 2025 ed è stato accolto da Sabir qualche giorno dopo lo sbarco. Nel suo Paese di origine, la famiglia viveva in gravi difficoltà economiche: gli unici mezzi di sostentamento erano il suo lavoro come rider e quello di sua sorella.

La situazione era aggravata dalla forte corruzione della polizia locale, che lo costringeva a pagare somme di denaro ogni volta che veniva fermato per strada. È stato suo cugino, dopo diversi tentativi, a convincerlo a intraprendere insieme a lui il viaggio verso l’Europa. Lamine racconta: «Tutto questo mi ha dato il coraggio di partire all’avventura per aiutare la mia famiglia».

Per affrontare le ingenti spese richieste per la partenza, Lamine ha dovuto vendere il motorino che utilizzava per le consegne. Lui e suo cugino hanno tentato di partire due volte senza successo e, al terzo tentativo, mentre erano già in mare, sono stati intercettati dalla guardia costiera tunisina e imprigionati nelle carceri libiche, tristemente note per le violazioni dei diritti umani, tra cui violenze, torture e stupri.

La detenzione in Libia: prigionia, torture e costi umani

«Queste cose fanno tremare, fanno venire i brividi», dice Lamine. Mentre pronuncia queste parole, la sua espressione cambia e la voce si spezza. Restiamo in silenzio per qualche minuto: abbassa lo sguardo e si prende la testa tra le mani.

Dopo un po’ riprende: «Per uscire dal carcere bisogna pagare una grossa cifra di denaro». Passa un mese prima che riesca a raccogliere la somma necessaria per tornare in Tunisia. Qui è costretto ad attendere ancora diversi mesi prima di ripartire verso l’Europa, a causa del mare agitato. Finalmente, a un anno e mezzo dalla partenza dal suo Paese, riesce a salpare e trascorre cinque giorni in mare, dei quali preferisce non raccontare nulla. Lo sguardo si abbassa di nuovo. Sbarca a Lampedusa e, successivamente, arriva al centro Sabir.

Lamine ha appena iniziato un corso di italiano e, secondo l’assistente sociale di riferimento, si è dimostrato fin da subito un ragazzo attento e volenteroso. Durante la giornata gioca spesso a calcio con gli altri ragazzi del centro, con i quali è riuscito a creare legami nonostante le diverse lingue, comunicando anche grazie a Google Traduttore. Non ha parenti in Europa, ma riesce comunque a rimanere in contatto con la sua famiglia per telefono. Il suo desiderio, oggi, è imparare l’italiano e trovare un lavoro per poter aiutare economicamente i genitori.

Tra accoglienza e reclusione: il confronto con il modello CPR

Per Lamine, l’arrivo in Italia ha segnato l’inizio di una nuova vita. Per altri, invece, rappresenta solo l’ennesima tappa di un percorso di dolore e violenza, come nel caso di chi viene rinchiuso nei CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio). Qui sono trattenuti migranti maggiorenni arrivati irregolarmente e che non possono accedere al diritto di asilo.

Come mostra il documentario Sulla loro pelle di Marika Ikonomu, Alessandro Leone e Simone Manda, molti CPR vengono descritti come strutture fatiscenti e inadeguate: edifici degradati, sovraffollati e con gravi carenze igieniche.

Sono state inoltre segnalate gravi mancanze di personale qualificato, come mediatori culturali e psicologi, difficoltà nell’accesso alle informazioni legali per i trattenuti e ritardi nel pagamento degli stipendi agli stessi operatori. Questi centri sono caratterizzati da alti tassi di autolesionismo e disagio psichico e, soprattutto, da una percentuale elevata di persone che non vengono effettivamente rimpatriate. La visione delle sofferenze e delle violenze, fisiche e psicologiche, subite da adulti, ragazzi e bambini colpisce profondamente.

Tra i momenti più intensi dell’intervista restano le parole con cui Lamine descrive il suo primo contatto con l’Italia. Siamo ormai al termine del racconto quando accenna un sorriso e dice:

«Quando sono arrivato in Italia mi faceva male la gamba sinistra, avevo un crampo perché sono stato cinque giorni in mare prima di arrivare a Lampedusa. Mi hanno dato da mangiare, si sono presi subito cura di me, non mi hanno fatto mancare nulla».


Progetto realizzato da:

Maria Giovanna Mele – Editor

Edoardo Scarano – Reporter

Miriam Troisi – Producer