
Loredana, 65, fuma una sigaretta al tavolo della sua cucina nel centro storico di Napoli. In questa strada un tempo abitavano altre 30 femminielle, ma si sono tutte trasferite, tranne Loredana. © Savin Mattozzi
«“E ricchiune, dinto ‘a casa mia, nun ‘e voglio” (I ricchioni a casa mia non li voglio) mi disse mio padre», racconta Loredana Rossi, 65 anni, seduta al tavolo della sua cucina, sorseggiando un caffé tra un tiro di sigaretta e l’altro.
Aveva 23 anni quando, nel 1984, i suoi genitori la cacciarono di casa, dopo che sua madre la trovò una mattina con i residui di mascara che non era riuscita a togliere dalla festa della sera prima.
«Ai tempi miei, c’era la cacciata di casa, per la maggior parte di chi era femminiell’», racconta Loredana riferendosi alla storica comunità trans di Napoli, che esiste da centinaia di anni e ha giocato un ruolo fondamentale nel plasmare la cultura napoletana. «Appena sapevano il nostro genere, automaticamente, c’era la vergogna. Poi c’era la cacciata di casa e tutte finivamo sul marciapiede. Senza niente. Perdevi affetti, famiglia, tutto».
Sebbene si sia registrato un miglioramento lento ma costante nel trattamento riservato ai membri della comunità LGBTQ+ a Napoli, molte persone nella città continuano a subire elevati livelli di violenza e sfruttamento. È in mezzo a questi frequenti attacchi, sia fisici che legislativi, che alcune femminielle guardano al passato per trovare l’energia per andare avanti e lottare per i propri diritti.

Accanto al tavolo della cucina di Loredana, una parete è adornata con vecchie foto dei suoi genitori, di lei stessa e dei premi che ha vinto nel corso degli anni. © Savin Mattozzi
Oggi Loredana è vicepresidente dell’Associazione Trans Napoli (ATN). Quello che le è successo dopo essere stata cacciata di casa ha segnato profondamente la persona che è diventata.
«Sono rimasta in strada per tre giorni con trentamila lire in tasca e un’amica che non mi ha mai lasciata sola».
Fu proprio questa amica a presentarle altre femminielle, che l’aiutarono a mettere un tetto sopra la testa e le insegnarono quello che, all’epoca, era l’unico modo per guadagnarsi da vivere: la prostituzione.
«Mi insegnarono a mettere un preservativo usando una bottiglia», ricorda Loredana. «Il giorno dopo uscii di casa con questa parrucca color merda di piccione. Fu un trauma…» la sua voce si fa più bassa. «Mi trovai talmente sola sotto il lampione, tra le macchine che passavano. Mi sentivo sola, ridicola, come se mi avessero tolto un pezzo di dignità. Mi sentivo una cosa che tutti potevano prendere, usare, offendere… Per due giorni mi sentii stranissima, come se mi avessero cancellata. Ma poi diventa abitudine, diventa la vita, e passa».
Quasi ogni sera Loredana andava in Piazza Municipio per incontrarsi con amici e amiche, molte anche loro femminielle, appartenenti a diverse generazioni, per raccontare e ascoltare le storie della loro comunità. Ricorda persino di aver ascoltato i racconti di alcune femminielle più anziane che avevano partecipato alle Quattro Giornate di Napoli, un capitolo fondamentale della storia cittadina in cui le femminielle furono in prima linea.
Tra settembre e ottobre del 1943 Napoli divenne la prima grande città europea a liberarsi autonomamente dalle forze naziste, grazie a un’insurrezione popolare passata alla storia come le Quattro Giornate di Napoli. Ricorrendo a tattiche di guerriglia quali imboscate, blocchi stradali e attentati con esplosivi artigianali, la popolazione napoletana costrinse le forze naziste a ritirarsi dalla città il giorno prima dell’arrivo delle truppe alleate, impegnate nella risalita dell’Italia dal fronte meridionale.
La partecipazione delle femminielle all’insurrezione, però, è rimasta ampiamente ignorata per decenni. Tuttavia, a quel punto era ormai troppo tardi per raccogliere numerose testimonianze orali, nonostante l’importante ruolo svolto dalla comunità nella guerriglia urbana.

Stefania Zambrano è seduta sulla scala di casa sua, all’interno della sua abitazione, accanto a foto dei suoi cari e di Padre Pio. © Savin Mattozzi

Stefania Zambrano, 41 anni, si affaccia dalla finestra vicino a Piazza Carlo III a Napoli. © Savin Mattozzi
Nel periodo antecedente alla rivolta, le femminielle svolsero una funzione sociale di rilievo: richiamati gli uomini al servizio militare per la Seconda Guerra Mondiale, le donne li sostituirono nelle fabbriche e nei negozi, mentre chi era femminiell’ si dedicava al lavoro di cura nei rioni della città.
«E quando ho saputo di queste cose, è servito anche a me per riconoscere me stessa. E credo di non essere l’unica» ricorda Loredana.
Dieci anni dopo essere stata cacciata di casa, Loredana sarebbe diventata protagonista di una nuova forma di resistenza.
Nel 1994, quando con il partito neofascista Alleanza Nazionale entrò per la prima volta al governo con Berlusconi – ricorda – si erano diffusi gruppi organizzati di uomini su scooter e in auto che aggredivano sistematicamente le persone trans. «Si sentivano i padroni. Venivano in venti, coi motorini con due persone sopra e tre macchine nere dietro, i bastoni, le pistole». Andavano nelle zone in cui le femminielle si prostituivano di notte, con l’intento di attaccarle.
«Ci picchiavano, ci buttavano nei cassonetti», racconta Loredana. «Una volta arrivarono da me e dalle mie amiche. Io riuscii a scappare, ma colpirono la mia amica con il calcio della pistola».
La sera successiva, lei e decine di altre sex worker femminelle si riunirono lungo Via Marina, una lunga strada che costeggia il porto di Napoli. Loredana disse a tutte di portarsi qualcosa, qualunque oggetto, per difendersi. «Meglio ca sona ‘a cancella ca sona ‘a campana, gli dissi, cioè che era meglio finire in carcere che ammazzate».
All’arrivo degli aggressori, Loredana e le sue amiche iniziarono a urlare e a minacciarli. E loro – con sorpresa del gruppo di femminielle – se ne andarono, senza commettere alcuna violenza e non tornarono mai più in gruppo.
«Quella era una resistenza che abbiamo fatto, sul nostro corpo» dice Loredana, battendosi una mano sul petto. «Noi non ci siamo mai arrese. E c’era il buio allora, anche più di oggi» afferma Loredana, e conclude: «Chi l’ha pavata chesta storia? L’ammo pavata nuje, ‘e puttane» (Chi l’ha pagata questa storia? L’abbiamo pagata noi, le puttane).
Sebbene negli ultimi quarant’anni la situazione della comunità LGBTQ+ sia lentamente migliorata, Despina Esposito, donna trans napoletana di 30 anni, femminiella e membro dell’ATN, spiega che oggi le persone trans di Napoli si trovano ad affrontare nuove battaglie.

Despina, 30, in piedi nella Galleria Principe Umberto nel centro storico di Napoli. È spesso al telefono o intenta a scrivere messaggi per organizzare i posti letto per altre femminielle. © Savin Mattozzi]
«Il mondo pensa che a Napoli le donne trans vivano bene», afferma. «Lasciate che ve lo dica: non è così. Non stiamo affatto bene.»
Rese popolari da film come Napoli velata di Ferzan Özpetek, tradizioni storiche delle femminielle come la “juta”, una cerimonia teatrale propiziatoria della fertilità, o la “tombola scostumata”, una versione erotizzata della tombola napoletana solitamente condotta da una femminiella, hanno contribuito, secondo Despina, a un processo di “tokenizzazione” della comunità, ovvero una rappresentazione che utilizza simbologie e estetica di una comunità marginalizzata in modo puramente superficiale, senza contribuire a una reale inclusione.
Ci sono turisti che scattano foto senza consenso o cercano appositamente le femminielle per un’esperienza sessuale, spiega Despina.
A questa forma di sfruttamento si aggiunge la violenza quotidiana che continua a colpire la comunità. Nel maggio 2026, una donna trans è stata accoltellata al collo a Napoli, a seguito di un’aggressione da parte di un gruppo di giovani uomini che urlava insulti transfobici nei pressi della stazione centrale.
«Viviamo quotidianamente una sorta di disturbo da stress post-traumatico», prosegue Despina. «Ci gridano insulti terribili, ci aggrediscono, ci violentano. Lo stupro è la norma, non l’eccezione, per le persone transfemminili, soprattutto per chi fa sex work».
Secondo Despina, la narrazione della cosiddetta “rinascita delle femminielle” serve soltanto a ripulire una realtà brutale di discriminazioni e violenze, vissuta quotidianamente dalle persone della comunità trans.
«Questa “riscoperta” si è rivelata solo una feticizzazione. Noi stiamo morendo ovunque, mentre loro fanno soldi sui nostri corpi», aggiunge.
Francesco Solino, membro di Arrevutamm Pride, una rete di pride alternativa e dal basso nata a Napoli, spiega che, sebbene gli attacchi contro la comunità trans siano frequenti, è estremamente difficile reperire dati accurati sul numero di persone colpite.
I dati più recenti delle organizzazioni italiane per i diritti delle persone LGBTQ+ registrano 127 casi di crimini d’odio contro l’intera comunità LGBTQ+ in Italia tra maggio 2025 e maggio 2026. Secondo Solino, sarebbero molti di più. A suo avviso, solo a Napoli e nell’area metropolitana si verifica un’aggressione ai danni di una persona trans ogni due settimane circa. Uno dei motivi principali delle mancate denunce è la sfiducia che molte persone trans nutrono nei confronti delle forze dell’ordine.

Erika, 22, all’interno della Galleria Principe Umberto nel centro storico di Napoli, nel maggio 2026. © Savin Mattozzi
«Quando una persona trans è vittima di violenza, dove dovrebbe sporgere denuncia? Negli stessi luoghi di odio in cui rischia di essere arrestata? Sentiamo continuamente parlare di esponenti delle forze dell’ordine che molestano e stuprano persone trans, soprattutto le sex worker».
Secondo ILGA Europe, un’organizzazione europea per i diritti umani delle persone LGBTQ+, l’Italia ha uno dei peggiori record in Europa in materia di diritti umani e civili delle persone LGBTQ+. Nel 2026, si è classificata al 36º posto su 49 paesi europei, mantenendo la sua posizione come il paese più restrittivo dell’Europa occidentale.
«Temo che ci aspettino tempi molto bui», afferma Solino. «Per fortuna ci sono sempre più persone che scelgono di lottare, giorno dopo giorno».
Come Despina, che trae forza dalle lotte di chi l’ha preceduta per non smettere di andare avanti:
«Le chiamo “transcestors”, le nostre antenate trans. Per noi, sono una fonte di energia politica ed etica. Lottiamo per la prossima generazione, ma sappiamo che possiamo farlo anche grazie ai sacrifici e alle lotte di chi ci ha preceduto», dice. «Senza donne come Loredana, io oggi non sarei qui».
Racconta che oggi gran parte del suo lavoro consiste nel garantire che le sue sorelle abbiano un alloggio, risorse economiche sufficienti e l’accesso a terapie ormonali, se lo desiderano, e nel sensibilizzare l’opinione pubblica sugli attacchi transfobici.
Mentre l’Italia e molti altri Paesi europei continuano ad approvare leggi che limitano la libertà delle persone della comunità LGBTQ+, Despina dice di non avere altra scelta se non andare avanti.
«Non so come faccio a svegliarmi ogni mattina, ma devo farlo per me stessa e per le sorelle trans della mia comunità», racconta. «Sono una survivor. La speranza, per me, non è una scelta: è una reazione psicologica. Devo continuare a sperare».
Crediti
Autore
Savin Mattozzi
Editing
Sofia Turati, Vittoria Torsello, Ciro Giso
Foto di Copertina
Stefania © Savin Mattozzi