La lunga strada del carbone

Come il Cammino di Santa Barbara tiene in vita l’epopea mineraria della Sardegna

Portoscuso-Bacu Abis. Tappa 29.

Si parte dalla fine, la penultima tappa del Cammino. Direzione Bacu Abis, nel sud-ovest della Sardegna, dove tutto ebbe inizio quasi due secoli fa. E per tutto si intende l’attività estrattiva nel bacino carbonifero del Sulcis. Da subito si ha una chiara percezione di ciò che ci aspetta lungo tutto il Cammino Minerario di Santa Barbara (CMSB): panorami mozzafiato con scogliere vulcaniche a sinistra e, a destra, i resti delle miniere storiche, vere protagoniste dell’archeologia industriale sarda.

Ci troviamo sull’itinerario 301, il percorso proposto nell’ambito dell’iniziativa “Leg’s Go” per celebrare il decimo anniversario del Cammino. Un anello di 500 chilometri, suddiviso in 30 tappe, nel cuore del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, che ripercorre l’epopea mineraria millenaria di questo territorio, dal Neolitico al Novecento. La Fondazione che lo gestisce ha ricevuto quest’anno il premio Global Choice Award di Komoot, la community outdoor più grande al mondo: è la prima volta che un cammino ottiene questo riconoscimento sulla base di una votazione da parte dei circa 50 milioni di utenti della piattaforma.

La vista sulle scogliere vulcaniche nel passaggio tra Portoscuso e Bacu Abis, Sardegna sud-occidentale. © Annie Heine 2026

Non a caso, il nostro percorso comincia da Portoscuso, un luogo che ancora oggi mostra le cicatrici ben visibili dell’attività industriale nel distretto di Portovesme. Qui la storia mineraria della Sardegna si intreccia inevitabilmente con quella più recente: nei primi anni ’60, la cessazione delle attività estrattive nella zona determinò la fusione delle principali società minerarie e la costituzione, con l’intervento pubblico, del cosiddetto “polo dell’alluminio”. Secondo le fonti dell’epoca, le maggiori società operanti nel 2000 – Alcoa Italia, Eurallumina, Portovesme srl (già Nuova Samim), Portovesme ex Comsal, Carbosulcis ed Enel – impiegavano 3.600 dipendenti diretti, cui si aggiungevano circa 2.300 addetti degli appalti e ai servizi.

Dopo la crisi degli anni ‘60, è arrivato un altro punto di svolta nel settore. Migliaia di famiglie si sono dunque ritrovate strette in un lento ma inesorabile declino socioeconomico, tuttora in atto dagli anni ‘90. Nello stesso periodo, prende vita, dalle ceneri delle attività estrattive, l’idea che porterà alla rinascita: il progetto del Parco Geominerario, nato dalla volontà di cittadini, volontari ed ex minatori di risanare il territorio dopo secoli di sfruttamento minerario e di offrire un’alternativa economica di turismo sostenibile.

Tra i pochi stabilimenti di Portovesme ancora in attività, resta “pronta all’uso” la centrale a carbone “Grazia Deledda” di Enel. Avrebbe dovuto essere dismessa entro il 2025, secondo gli obbiettivi di decarbonizzazione europei, ma il “contesto geopolitico” ne ha posticipato la chiusura al 2038. Così si legge nel cosiddetto “decreto bollette” del governo Meloni, che mette in stand-by le ultime quattro centrali a carbone in Italia, due delle quali in Sardegna appunto. Un enorme passo revisionista rispetto all’attuale profilo energetico del nostro paese, nel quale il carbone conta meno del 2%.

Dopo circa sette ore di cammino, arriviamo nel piccolo borgo di Bacu Abis per trovare ristoro in un B&B a conduzione familiare, convenzionato con la Fondazione. Il proprietario, ex operaio, ci consiglia per la cena un ristorante poco fuori dal centro abitato, che offre un servizio navetta gratuito per chi percorre il cammino. Il nostro autista, che è anche addetto alla cucina, ci dice: «Qui non c’è niente».

Bacu Abis-Iglesias. Tappa 30

In realtà, Bacu Abis era ricchissima di lignite, un carbone fossile essenziale nell’Ottocento per produrre energia. Quasi due secoli fa, il Generale Alberto Lamarmora raccontava nel suo “Voyage en Sardaigne” (1875), di come aveva scoperto – mentre camminava appunto – quello che sarebbe diventato il distretto minerario più importante d’Italia:

«Il giorno 7 novembre 1834 percorrendo a piedi la strada che conduce da Iglesias a Gonnesa e Terra Segada, trovandomi al piede orientale del piccolo Monte Lisau, che domina il villaggio suddetto, nel cammino di Flumentepido rinvenni un frammento di arenaria bigia al quale era aderente una sostanza nera carboniosa; sottoposta quella sostanza alla prova del cannello mi parve costituire un vero combustibile fossile; furono vane le mie ricerche per iscoprire la giacitura di quella sostanza.»

Attraversiamo il centro di Gonnesa e continuiamo a camminare verso veri e propri monumenti di archeologia industriale: la miniera di San Giovanni, la miniera di Monteponi, la miniera di Campo Pisano. Ci sentiamo come in un “cimitero degli elefanti”, tra gli scheletri di quella che fu la gloriosa industria mineraria sarda, esaltata come punta di diamante nazionale all’Expo di Parigi nel 1889.

La miniera di Monteponi, monumento di archeologia industriale e simbolo della “maledizione delle risorse” in Sardegna. © Annie Heine 2026

La Sardegna, come altre regioni del Sud Italia, è stata vittima della “maledizione delle risorse” – il paradosso per cui i paesi o le regioni con un’abbondanza di risorse naturali, come minerali e combustibili, tendono ad avere una minore crescita economica.

La miniera di Monteponi ne è forse l’esempio più emblematico: fu il Regno Sabaudo a emanare nel 1840 una legge che separava la proprietà del suolo dallo sfruttamento delle risorse del sottosuolo. Ciò permise di affidare direttamente da Torino la concessione dei giacimenti di piombo-argentifero di Monteponi a un gruppo di ricchi imprenditori torinesi e genovesi. E così anche per francesi, tedeschi, austriaci, belgi per il resto delle miniere. Una forma sottile di “colonizzazione” delle risorse che continua a essere presente ancora oggi, come nel caso degli impianti eolici offshore fortemente contestati dalle comunità locali.

Dopo un breve passaggio in una vecchia Fiat Panda, ricevuto da un signore che incontriamo vicino alla laveria Mameli, raggiungiamo le porte di Iglesias.

Iglesias-Nebida. Tappa 01.

La vista dal colle del Santuario della Madonna del Buon Cammino domina su tutta Iglesias. Siamo all’inizio della prima tappa del Cammino, la terza del nostro itinerario: attraversiamo le due colonne di pietra su cui è incisa la scritta “Buon cammino” (il noto augurio dei pellegrini).

La sede della Fondazione CMSB si trova proprio qui, nel centro della città, e il suo Presidente, Mauro Usai, 37 anni, ricopre anche la carica di sindaco. E non solo: Usai è il Presidente della Provincia del Sulcis-Iglesiente, dell’Unione delle Province Sarde (UPS) e del Consorzio Ausi. «Sono ruoli compatibili e coniugabili l’uno con l’altro, sicuramente non in antitesi, e che non fanno altro che ricondurre a una governance unica alcuni processi», ci risponde quando gli chiediamo come fa a conciliare tutto.

Usai sembra dunque essere il degno successore di Giampiero Pinna – il compianto fondatore del Cammino di Santa Barbara, scomparso nel 2022 – che fu geologo, dirigente minerario, consigliere regionale e protagonista di una delle più note azioni di disobbedienza civile della storia della Sardegna: l’occupazione di Pozzo Sella, nella miniera di Monteponi.

Il 5 novembre del 2000, Pinna scese sottoterra e per un anno visse nella Sala Argani di Pozzo Sella. La sua protesta chiedeva, al Parlamento e al Governo di allora, la formale istituzione del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna e l’assunzione di cinquecento lavoratori socialmente utili, lasciati a casa dalle aziende minerarie ormai in cessazione di attività.

Il Parco nacque ufficialmente un anno dopo, il 6 novembre del 2001: «Io in quella miniera, avevo 12 anni, ma c’ero», ricorda oggi Usai, che evoca il legame col suo predecessore anche grazie all’amicizia col padre, scomparso nello stesso anno.

«Posso dire – aggiunge con un po’ di commozione e orgoglio nella voce – di aver visto dall’inizio alla fine il percorso di Giampiero».

A dieci anni dalla sua fondazione, il cammino è riuscito nella sfida più difficile di tutte: attrarre un turismo sostenibile che rispetta il valore identitario e paesaggistico del territorio e che dura tutto l’anno.

«Ciò che noi abbiamo imparato con il cammino è che, a volte, le risposte più semplici sono le più efficaci ai problemi più complessi», spiega Usai.

A sinistra: Dettaglio della miniera di Monteponi, dove avvenne la storica occupazione di Pozzo Sella nel 2000. © Annie Heine 2026

A destra: la riproduzione della Madonna di Lourdes in Piazza P. Micca a Bacu Abis, davanti alla Chiesa di Santa Barbara. In Sardegna, la santa è molto più di una protettrice: è il simbolo di un’identità mineraria che resiste. © Annie Heine 2026

Per lui, il successo del Cammino deriva anche da una forte dimensione simbolica, nonché religiosa, delle miniere, presente in molti paesi europei e del mondo: «La cultura mineraria è una cultura internazionale, la simbologia è la stessa: a ogni cancello, che apre una galleria, troviamo sempre due martelli; in ogni luogo dove si è svolta l’attività estrattiva, ritroviamo un culto di Santa Barbara».

Oltre alla varie chiese dedicate al culto sparse lungo il cammino, è possibile visitare la Grotta di Santa Barbara: una grande cavità naturale, scoperta nel 1952 da alcuni minatori dopo aver demolito una parete rocciosa all’interno della miniera San Giovanni, una delle più antiche della Sardegna. Secondo Usai, al di là della dimensione religiosa, Santa Barbara rappresenta l’attaccamento alla propria terra e alla propria storia: «Noi vi siamo legati indissolubilmente perché ognuno di noi ha un parente o un prossimo che ha fatto il lavoro in miniera e che nei momenti di sconforto ha dedicato una preghiera a Santa Barbara».

Vista sulle rovine del villaggio minerario di Monte Scorra, nel cuore della macchia mediterranea, lungo il percorso tra Iglesias e Nebida. © Annie Heine 2026

Questa è la tappa più lunga e faticosa: camminiamo per circa 20 km su strade lastricate, carrarecce e mulattiere, risalenti ai periodi fenicio-punico e romano (800 a.C.- 650 d.C.). Sono gli stessi percorsi che i minatori svolgevano per raggiungere i cantieri minerari dalle loro abitazioni o per trasportare i minerali con carri e animali da soma. I terreni sotto i nostri piedi si riempiono di sfumature, dal rosso al violaceo, a seconda dei minerali presenti. Per la notte troviamo ospitalità presso la tipica Posada (“piccolo albergo” in sardo) di Nebida, un’ex caserma riqualificata in ostello gestito dalla Fondazione.

Nebida-Masua. Tappa 02.

Col profumo intenso dell’asfodelo – il tipico fiore sardo da cui si ricava un miele pregiato – camminiamo insieme a Valeria Basciu, 32 anni, giovane originaria di Carbonia. Con una laurea in scienze naturali e un background da cooperante internazionale, Valeria ha viaggiato e lavorato in diversi paesi del mondo ma è la prima volta che “visita” così la sua terra: «È un buon modo per riscoprire anche le nostre radici, per renderci più consapevoli della nostra storia», ci racconta mentre scaliamo le falesie calcaree in mezzo a capre e pecore.

Valeria Basciu, 32 anni, sul Cammino Minerario di Santa Barbara. © Annie Heine 2026

Poco fuori dal centro di Carbonia, si trova infatti la Grande Miniera di Serbariu, una delle più importanti risorse energetiche d’Italia tra gli anni Trenta e Cinquanta. Entrambi i nonni di Valeria, Emanuele Basciu e Antioca Frau, ci hanno lavorato: il nonno, manovale, metteva il carbone sui carrelli mentre la nonna, cernitrice in laveria, separava il carbone dalle altre pietre e scarti. Come molti bambini e bambine all’epoca, la nonna cominciò a lavorare a soli 13 anni e continuò fino al matrimonio a 17 anni.

Il nonno, invece, che era stato assunto dopo la guerra, lasciò il posto a seguito di un infortunio: «Questo aveva scatenato anche la rabbia e lo sconforto di mia nonna perché lavorare in miniera ti dava dei vantaggi» – racconta oggi Valeria – «Come la casa di via Puglie, che faceva parte di una serie di case che avevano costruito appositamente per i lavoratori della miniera».

I comfort di una casa riscaldata, un’istruzione per i figli e una massiccia propaganda mediatica servivano al regime fascista per convincere uomini e donne, da tutta l’isola e dal resto d’Italia, a trasferirsi a Carbonia. Oggi la stessa città, con meno della metà dei suoi 60 mila abitanti di un tempo, è simbolo dello spopolamento sardo. «Non si fa abbastanza per permettere ai giovani di tornare» commenta Valeria, che a breve partirà per una nuova missione da cooperante in Brasile.

Se si vuole comprendere in quali condizioni lavorasse un minatore sardo, consigliamo la visita guidata sotterranea al Museo del Carbone. Qui, negli ambienti fedelmente ricostruiti coi macchinari dell’epoca, è quasi possibile immaginare cosa volesse dire lavorare in turni da 16 ore, sottoterra, al buio, illuminati solo dalla fioca luce delle lanterne e dal frastuono assordante delle gallerie, alte appena ottanta centimetri. Nel periodo di autarchia energetica – imposta dal regime fascista dopo l’invasione dell’Etiopia nel 1935 – si producevano fino a un milione di tonnellate annue di carbone sub-bituminoso dai giacimenti del Sulcis (Carbonia e Gonnesa).

I nonni di Valeria, Emanuele Basciu e Antioca Frau, ai 50 anni di matrimonio. © Archivio personale di Valeria Basciu

Dopo circa quattro ore in cammino, arriviamo a Masua, giusto in tempo per rinfrescarci al baretto di Zio Lello e per visitare Porto Flavia. Si tratta di un porto d’imbarco per il minerale estratto dalle miniere circostanti di proprietà della società mineraria belga Vieille Montagne.

Realizzata nel 1924 dall’ingegner veneziano Cesare Vecelli, l’opera, che porta il nome della sua primogenita, è forse il monumento di archeologia industriale più spettacolare di tutto il cammino e, al contempo, rivoluzionario per l’ingegneria dell’epoca.

Nel cuore della roccia calcarea, a picco sul mare, i minatori scavarono due gallerie sovrapposte: quella superiore – dove venivano scaricati i materiali estratti, trasportati dalle miniere tramite una ferrovia Decauville – e quella inferiore da cui, per mezzo di un nastro trasportatore estraibile, venivano stivati direttamente sulle navi alla fonda. Tra le due gallerie erano sistemati nove enormi silos per lo stivaggio del materiale capaci di contenere fino a diecimila tonnellate. Questo sistema permetteva di caricare il minerale direttamente sulle navi in poche ore, invece che sulle spalle per giorni e giorni fino ai magazzini dell’isola di San Pietro.

Tramonto su Pan di Zucchero a Masua. © Annie Heine 2026

La vista del tramonto da Porto Flavia è incredibile: il tunnel della galleria sbuca a strapiombo sul mare e si affaccia sul faraglione Pan di Zucchero. Si fatica a credere che, davanti a tanta bellezza, si lavorasse così duramente per lo sviluppo industriale del paese. Valeria è emozionata perché ora guarda con occhi diversi – gli stessi di chi, come noi, non è del posto – un luogo di cui aveva perso le tracce storiche da un po’ di tempo: «Le radici di un territorio sono cose un po’ più lontane se non le coltivi nel quotidiano» – riflette mentre torniamo a casa – «E il cammino mi ha permesso di riscoprirle attraverso il contatto con la natura, facendomi provare di nuovo un sentimento di orgoglio per la mia terra».

Nato da una mobilitazione popolare, il Cammino di Santa Barbara rende giustizia al duro lavoro di intere generazioni di minatori sardi e alle loro famiglie, ai giovani che hanno scelto di restare nella propria terra e a quelli che la esplorano con uno sguardo diverso quando ci tornano. È il gesto di riconoscimento di una comunità che ha deciso di riappropriarsi del suo patrimonio ambientale, culturale, storico e sociale millenario e di metterlo a disposizione di tutti: sardi e forestieri.

Ringraziamenti

Autrice

Alessia Melchiorre

Foto

Annie Heine

Revisione editoriale

Sofia Turati, Vittoria Torsello, Savin Mattozzi

Supervisione grafica

Ciro Giso

Foto di Copertina

Miniera di Masua © Annie Heine

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